Oggi al lavoro c'era un clima molto giovanile, triste per il mondo, saggio per dovere e piacere, e divertito per stupore.
Oggi pure Danton cede la parola a un grande scrittore.
NIENTE È NORMALE PER UN ASTRONAUTA NELLO SCAFANDRO DI HAIFA
Vivo su Internet, affacciato alla mia finestra su Haifa. Vedo e non vedo l’appartamento di Moshe, Yossi e Dani, i miei nipoti. La webcam mostra gli occhi di Moshe, la sua maglietta. Haifa, in via Shneor. Nel Vecchio Mondo per molti la pace è una reazione non sproporzionata, cioè che mentre arrivano katiuscia, invece di mandare una brigata corazzata gli ebrei sorridono, come per una foto. Un rapido foto-finish. Morire piano piano e risolvere il problema, in un quadro di civiltà televisiva, durante i Mondiali, mentre il campionato viene salvato e ci sono 18 conferenze sulla pace a Roma, a Bologna e a Cattolica, perché pure la provincia ha i suoi diritti. Stamattina ho chattato con Moshe, non è a Haifa. Stasera torna a casa. Da due giorni è in un piccolo posto vicino a Tel Aviv, sta progettando un sistema multimediale per i suoi amici kabalisti di Bal Asulam. Persone che da quaranta secoli tramandano la scienza che delinea i movimenti di Dio per far salire l’uomo accanto a Lui. Adesso telefono a Riccardo, mio fratello. Vive vicino a Gerusalemme. Non ha Internet. Ha un fax e delle volte mi manda due righe col disegnino di un gatto. Se è felice, il gatto ride e c’è scritto “Gatto felix”. E’ nato nel 1937. Mi risponde al telefono in una lingua fiorentina scomparsa, in cui mi chiama “Palle”. Gli chiedo come va e lui sospira: “Eh Palle, che ci vuoi fare”.
Guardo l’orologio, Moshe è in viaggio che torna a Haifa, in macchina. L’ho interrogato, “non prenderai mica l’autobus?”. Moshe è paziente, è abituato alle pressioni familiari, lo zio ha la minima alta e gli ha detto mite che viaggia in macchina, e adesso sono tranquillo come una bomba a mano. Sul tavolo mi guardano tante piccole foto, e per la prima volta nella vita mi rendo conto che queste foto sono un secolo della nostra famiglia. Mi guardano queste foto che partono dall’inizio del 900, da un paesino sotto il Balaton: Kishkunfelegihaza. Le foto sono gruppi di famiglia in bianco e nero, gente allegra, ridono in immagini stinte, tra le oche, giovani uomini dopo una partita a hockey alzano le pale; se no, eleganti, sono a una festa con belle signore. Mi somigliano, conosco i nomi, ma non so chi di loro è Shlomo, chi Eliezer, chi Giorgio. So cosa è successo a tutti loro. Il tempo passa e le foto sono in una casa di Firenze, in una via col nome di un pittore famoso sino a Kishkunfelegihaza, Giotto, e forse mio padre comprò la casa per questo. Il ciclo delle foto s’esaurisce in Israele, alla fine degli anni 60, come se la pellicola si fosse esaurita nei kibbuz, a Gerusalemme, a Haifa, e chi in Ungheria aveva vent’anni, nelle foto in Israele ne ha sessanta. Foto del Novecento ebraico.
Alla tv vibra la notizia che a Haifa sono arrivati 16 missili, e Moshe viaggia con la macchina come se viaggiare durante la guerra sia una cosa normale. Oggi Yossi è al negozio di giocattoli; Dani, al terzo anno di servizio militare. Non è a casa, sta alla base della marina, dice che lì si sente più sicuro. Sulla scrivania c’è una foto di mio fratello Riccardo da bambino. Avrà sei anni. Sta vicino al babbo, la Gestapo è in giro, e loro due sorridono. Hanno trovato il tempo di farsi questa foto. E’ questo che non capisco, la vita normale quando non lo è affatto e gli israeliani che continuano a prendere gli autobus e i taxi collettivi, e a Tel Aviv i locali sono aperti e la gente dice dai, andiamo al cinema. Moshe è in viaggio e non c’è mai niente di normale.
Riccardo è andato in Israele nel 1967, e anche questo non fu normale. Nel suo ufficio a Firenze noleggiavano auto. Non permettevano di fare vacanza per le grandi feste ebraiche. Per Natale, Pasqua, o l’Ascensione vacanze quante ne volevi, ma un ebreo che se ne fa di far festa perché è l’Ascensione? Un ebreo vuol stare in famiglia a Kippur. Non che mio fratello fosse religioso, aveva negli occhi le notti d’inverno col babbo, in un bosco sull’Appennino. Una divisione corazzata tedesca doppiava il passo, i cingoli dei panzer facevano tremare la terra e anche gli alberi avevano paura. Perciò Riccardo andò in Eretz Israel, perché i tedeschi non c’erano più, ma in Italia non esisteva una vita ebraica possibile. Era il primo di noi che andava via, non fui mica felice. Ma anche adesso, in questi giorni di guerra, e nei già lontani giorni dei kamikaze, una remotissima epoca, quando mio fratello è saltato in aria all’università di Gerusalemme, sul Monte Scopus, e non si è fatto nulla, ha continuato a dire: “Eh Palle, che ci vuoi fare”. Ma pure ora mi chiede di Firenze, dell’Italia, ha gioito della Nazionale; dice: abbiamo vinto. Gli ebrei italiani in Israele amano molto l’Italia, e quando sono in Italia parlano con trasporto di Israele. C’è sempre qualcosa che manca e non capisco dove sia il vero luogo di ognuno di noi.
Moshe oggi è in viaggio, torna a Haifa, ma certi giorni abita vicino a Tel Aviv, oppure in Toscana da noi. Sempre tende, case vere è più difficile. Stamattina mi ha mandato due foto. Vedo un astronauta che galleggia nello spazio. E’ in una bianchissima, accecante tuta, illuminata da una luce perentoria; questo uomo solitario, questo nostro rappresentante. Non si vede il volto, si vede il riflesso del vetro dello scafandro. Intorno a lui, appaiono parole in un ebraico sottile, come se al posto delle miriadi di stelle ci fossero miriadi di lettere. Un pulviscolo di alef e ghimel, iod e hei, vau e lamed. E disegni di schemi, frecce, direzioni per ovunque. E’ una lezione di kabbalah del rabbino di Moshe, Laitman, che è allievo di un allievo di Bal Asulam, l’ultimo grande kabbalista. Una lezione di kabbalah sulle quattro grandi distinzioni, e il nero della lavagna con le sottili lettere bianche, Moshe lo ha fatto diventare il nero dello spazio. A me questo astronauta sembra un punto interrogativo e che siamo tutti dietro al vetro dello scafandro, davanti alla vita ma non nella vita, e che senza saperlo galleggiamo in una materia alta. Appesantiti, quando potremmo essere lievi. Faccio clic, la seconda foto. Un piccolo ebreo russo, vestito di nero, il colbacco, gli occhiali e i riccioli. Il maestro del maestro di Moshe. La pace in persona, fotografata nel 1900 e qualcosa; solo che la mia mente si sposta, e chissà che succede proprio adesso a Haifa, mentre sto volando e a un tratto smetto. Che succede quando c’è l’allarme, e Moshe e Yossi vanno in cucina invece che nel rifugio, se si mettono sotto il tavolo, si sdraiano sul pavimento; se si appiattiscono contro le pareti. Se spiano dalle persiane sigillate, o chiudono gli occhi; se scrutano il soffitto, se pensano all’ultima cosa bella fatta; se dicono cazzo, urlano imma, mamma. L’altro giorno due strade accanto a loro è entrato un missile dalla finestra, e penso a quando Moshe dice ho paura in italiano, e mi prende una dolcezza che non si può fermare. Non c’è niente di normale.
Alessandro Schwed
Pubblicato dal FOGLIO giovedì 27 luglio 2006 pag. 2
Oggi Danton dà la parola a un bravissimo scrittore, perché gliel'ha tolta. Vi prego, prendetevi due minuti e leggete qui sotto, vale la pena.
IN DIRETTA CON I NIPOTI DI HAIFA, TRA LE SIRENE E UN “LECHAIM” ALLA VITA
A Haifa ho una sorella, i nipoti, le tombe dei miei genitori. E un fratello, in un villaggio vicino a Gerusalemme. Adesso, missili su Haifa, allarmi aerei, colpite le strade note, i posti familiari – appunto, di famiglia. La guerra è dentro casa. La tv mostra bar dove sono stato e ho detto in un ebraico traballante: “Bevacashà”, per favore, “miz tappusim”, un succo d’arancia. Tutto è familiare: un supermercato, un orologiaio, un muro sbrecciato. Vedo l’asfalto stinto e so che è il porto, una saracinesca cilestrina e siamo a metà del Carmelo – la bassa montagna d’Israele dove è arrampicata Haifa. La guerra è atroce e ognuno pensa al proprio particolare. Non a quello che succede a Beirut – ma soltanto se i tuoi, proprio i tuoi, quelli col tuo sangue, sono vivi. La mente sfugge a qualsiasi tessitura ideologica. Hai un fratello debole di cuore e vuoi sapere se sta bene, gli telefoni e verifichi che non si preoccupi, mentre lui verifica che tu non ti preoccupi; al telefono, un nipote fa lo spiritoso per farti ridere mentre tu fai lo spiritoso per farlo ridere, e nell’orrore generale in atto è rinvenibile un monumento alle cose essenziali della vita. E’ in questi giorni di guerra che mio figlio ha compiuto dodici anni, ha cominciato ad apprendere l’essenziale, e io a ripassarlo.
La claustrofobia della mamma nel bunker
Ricordo quell’altra, di guerra. Saddam tirava missili, ero al telefono con la mamma e i missili passavano sui tetti di Haifa. Mamma si chiamava Adriana, Sara, Allegrina, aveva settant’anni. Stava a casa col babbo, Imre, che era in carrozzella. Una sera, mentre parlavamo di qualche piccola cosa, sentii un sibilo potente in mezzo alla cornetta. Ebbi un soprassalto. “Mamma – urlai – che succede?”. “Ma niente – fa – sarà un missile”. A conferma, sento le sirene dell’allarme aereo. “Come un missile? – grido con l’affanno in corpo – E non scendi nel rifugio?”. “Il babbo è pesante, non ce la facccio. E poi, soffro di claustrofobia”. E mi dice una cosa che non sapevo, che dal bombardamento di Genova aveva questo piccolo problema. Non poteva stare al chiuso in un luogo come, per fare un esempio qualsiasi, una cantina, mentre fuori cadono le bombe. Mi disse questo in mezzo a ripetuti fischi laceranti. Le gridavo di scappare e lei mi pregava piangendo di stare calmo. La sua vita era un contrappasso dantesco; era anziana, in un appartamento di Israele, e le succedeva di nuovo quello che aveva vissuto a Genova. Come se la guerra non fosse mai smessa, in una lunga vita ebraica.
A questo pensavo la domenica mattina del sedici luglio, mentre ero al mare con mia moglie e mio figlio e la tv diceva dei missili su Haifa e pensavo a chissà che facevano i miei nipoti Moshe, Yossi e Dani, che vivono da soli in quel palazzo dove non c’è il rifugio, e sono ragazzi tra venti e trent’anni, e non vogliono andare nel rifugio a tre isolati di distanza, c’è tutta quella gente, dicono, non c’è posto. Io dico di sì, voglio solo essere d’accordo con loro, fare il ragazzo con loro anche nella guerra. In quel noioso rifugio qualcuno urlerà, i bimbi piangeranno, un uomo darà ordini e persone grideranno sciocchezze, e allora non ci voglio andare nemmeno io.
E così ero nella casa del mare, perché non ci decidevamo ad andare sulla spiaggia. Sul portatile arrivavano e-mail di Moshe da Israele, normali, o brevi con scritto “bum!” e non potevamo andare al mare e spezzare quel filo; ma quel filo era troppo lento rispetto alle nostre conversazioni online, a costo zero, col microfono e la webcam. Poi era il compleanno di mio figlio che stava per mettere insieme dodici anni, e tra l’altro la data corrisponde alla Madonna del Carmelo, quella piccola montagna su cui sorge Haifa. Era il secondo giorno di katiuscia, serviva una bella festa a mio figlio e non gli volevo far capire in che razza di tragedia si stesse di nuovo infilando la nostra famiglia; in che appuntamento con la storia, proprio pochi giorni dopo che gli avevo spiegato che esiste la magia ebraica, la scuola dei violini di Odessa, la possibilità in ogni circostanza di ridere, cantare o scrivere una poesiola, per via della nostra confidenza col destino.
Appunto, la magia ebraica; era domenica mattina, piovevano i missili su Haifa, e dovevamo fare qualcosa. Forse dare un significato al compleanno di nostro figlio che ama tanto i suoi cugini in Israele e dice loro: vi amo. Moshe fa foto da togliere il respiro, Yossi lavora in un negozio di giocattoli, Dani ha vent’anni, beve due litri di coca cola al giorno e fa rutti che mio figlio ammira moltissimo – e anch’io. Non potevamo restare al mare. Abbiamo deciso di tornare subito a casa e stare tutto il giorno su Internet con Moshe, Yossi e Dani, e non lasciarli da soli con i katiuscia. Fine della normalità – ma quando mai la nostra vita è stata normale?
Tutti in cucina, la stanza più protetta
Eravamo nella cucina della nostra lillipuziana casa d’estate. Mia moglie piangeva, mio figlio piangeva, io ridevo al telefono per le freddure di Moshe sotto i missili – una coppia ammutolita di amici, marito e moglie, assisteva a questa scena in un borgo della Maremma, e al telefono si sentivano i fischi dei katiuscia e le sirene dell’allarme aereo. Dalla sgangherata porta di casa entravano e uscivano le due bambine amiche di nostro figlio, in lacrime contenute, per non disturbare. Erano salite per vedere la realtà delle vacanze che si stava dissolvendo. Le partite a piastre, i giochi con le carte giapponesi, le maschere da sub e ridere senza un motivo. Tutto finito, Giovanni triste per Moshe, e Moshe sotto i missili in quel posto lontano dalle parti di Gesù Bambino.
Dunque partiamo. Alla base delle scale, i nostri amici tengono per mano le figlie, dicono che possiamo fare? e viene di rispondere per favore sperate anche voi.
Un’ora di macchina. Eccoci a casa. Apro la porta, volo al computer, accendo il modem, il pc, colleghiamo la webcam, apriamo il microfono e l’audio. Dall’altra parte c’è Moshe, sta bene. Dani è in gita a Eilat. Poi arriva Yossi dal negozio di giocattoli. Oggi sono passati due clienti. Si vede tutto benissimo e Moshe ha proprio gli occhi azzurri. Siede a un tavolo, davanti a una bottiglia di vino fatto in collina dagli amici kabalisti di Bar Asulam, e Moshe dice che è buono come il Morellino di Scansano. Non sentiamo le sirene, e ce lo dice lui se ci sono. Finalmente ci vediamo, e parliamo quanto vogliamo. I suoi movimenti sono a scatti. La testa guarda in alto e si capisce che, mentre parla con noi, segue la direzione di un suono. L’allarme, dice, e dice scusate. Corre in cucina, poi racconta che quella è la stanza più interna della casa, la più protetta se arriva un missile. Quando torna, sorride.
A me onestamente pare un angelo. Corro a comprare una torta alla panna con dentro tanta cioccolata e dodici candeline. Apparecchiamo la tavola con una bella tovaglia; dall’altra parte del mare Moshe guarda noi che prepariamo la festa. Entro nella stanza, con tutte le candeline accese. Sul teleschermo la torta è un muro di luce – sulla scrivania c’è un piatto con una fetta di torta per Moshe; come a Pessach, quando si lascia un azzimo per un pellegrino che potrebbe arrivare – tra l’altro Elia, che viveva sul Carmelo. Cantiamo tanti auguri senza una lacrima, diciamo “lechaim” coi calici alzati, e mai dire “lechaim” è stato come oggi. “Lechaim”, alla vita. Qui è un accampamento di sollievo. Le borse delle vacanze sono ancora chiuse, abbandonate in giro, e c’è un arco di candeline celesti che va da Haifa a casa nostra. Penso al santo che ha creato Internet. Io dico che verrà la pace.
Alessandro Schwed
Pubblicato dal FOGLIO sabato 22 luglio 2006 pagina 4
Oggi vorrei dire che domani è inizia il primo weekend con la casa finita. Spesa e ordine da mettere le priorità. La tristezza è che ancora nessuno scende in piazza per dire: liberate i soldati israeliani rapiti. Si legge. Si corre. Si sente musica. Una vita normale in un mondo anormale è il sintomo che la prima o il secondo cambierà?
Oggi ovviamente Landis. Ma che cosa aspettano ad abolirlo del tutto il ciclismo invece di ucciderlo? La soluzione la conoscono tutti, ma non la scelgono: tappe più brevi. Perché non la scelgono?
Oggi siamo campioni d'Italia. Meglio vincere uno scudetto a tavolino che al telefono. Campioni d'Italia.
Oggi ovviamente solo il Milan se la sfanga.
Oggi come allora vorrei ridirvi: sul Tour de France poi non dite che non vi avevo avvisato.
Oggi ho una nuova sfavillante macchina per il caffè, americano ovviamente. Grazie a una farfalla.
Oggi Danton si domanda: "E dove sarebbe la gaffe?
L'errore?".
Template by splinder.com